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Numero 1/2017 Antonio Greco

Cuore, corpo e anima

È stato presentato a Lecce il libro di Michela Guerra “L’artigianato formativo”.
“Fare formazione con Lilly non vuol dire semplicemente acquisire nozioni, ma anche e soprattutto imparare ad ascoltare, mettersi in discussione, entrare nella vita, tua e degli altri”

Si intitola “L’artigianato formativo”. È il libro della psicopedagogista Michela Guerra, destinato ad operatori del sociale, che affronta la formazione sul piano personale e professionale quale presupposto per interagire in qualsivoglia ambito lavorativo.
L’assunto portato avanti da Michela Guerra parte dal presupposto che non è possibile alimentare un processo di cambiamento se prima non si rilegge la propria storia, il proprio vissuto personale dal punto di vista affettivo, emotivo, cognitivo e relazionale. Solo così ci si può aprire ad un dialogo, ad una relazione educativa attivando una comunicazione significativa.
“Quando eravamo bambini – spiega nel suo libro Michela Guerra - le parole corrispondevano al mondo che si scopriva; alle emozioni non si sapevano trovare parole giuste: le parole della paura, della gioia, della rabbia venivano mutuate dal mondo degli adulti; ma c’era il pianto pieno, disperato; c’era il grido; c’era il rompere e il sentire il suono della rabbia; c’era la risata bella che suonava dentro. Si trovava il mezzo per comunicare e non sapevamo di essere ‘emittenti’ e non sapevamo che doveva esserci un ‘ricevente’. Il ricevente lo si scopriva di volta in volta nella poiesis dell’incontro con le cose, con le persone, con il ‘dato’, il naturale, l'evento. Non c’era la ‘certezza securizzante dell’ovvio’, c’era lo stupore della scoperta. Riuscivamo a scoprire la richiesta del ‘mondo-della-vita’ di essere letto, scrutato, rubato e conquistato. La comunicazione era una ‘comunicazione amante’, perché scaturiva dall’intenzionalità dell’incontro e della scoperta. Il ‘Prometeo’ in ognuno di noi non era ancora ‘incatenato’, sfidava gli dei e rubava il fuoco per organizzare il ‘suo’ cosmo. Oggi l'alternativa è una ‘movenza elusiva’ (Escobar) una strategia, un ‘come se’. Per divenire Prometeo, essere previdenti e attivi a un tempo, ‘civettando’ con il cosmo tra il sì e il no e, cercando un ricevente; chiamiamo disagio esistenziale e professionale semplicemente il bisogno di essere in relazione. È forse questa la formazione? Sarà necessario, allora, percorrere un cammino formativo che guardi alla ricerca, al ri-pensamento su cosa volere, per poi cercare e direzionare il senso del proprio andare”. Insegnante, formatrice, psicopedagogista, terapeuta, amica. L’arcipelago professionale, cognitivo ed umano racchiuso da Michela Guerra (Lilly, per tutti) è perennemente in costruzione e si arricchisce giorno dopo giorno di nuove sorprese riuscendo a trascinare e coinvolgere tutti coloro i quali le stanno attorno. Una forza propulsiva inarrestabile capace di provocare un incredibile tsunami emotivo. Ma anche di sprigionare energie professionali che per certi versi apparivano invalicabili.
Rompere vecchi schemi non è un esercizio sterile, fine a se stesso. Diventa, al contrario, un'operazione inevitabile per assecondare i suoi intimi convincimenti. Una tesi, d'altronde, che sembra trovare conferme dal suo stesso percorso professionale nel quale la filosofia esce dai binari morti per incrociare e innestarsi con estrema naturalezza nella pedagogia e nella psicologia.
E i risultati sono significativi, se non suggestivi grazie alla sua ricca esperienza accumulata nel corso degli anni che l'ha portata ad ampliare i suoi orizzonti didattici, "viaggiando" tra scuola primaria e istituti professionali, passando per il carcere minorile. In mezzo anche una felice e gratificante "incursione" accademica grazie alla laurea in Filosofia.
Il lavoro sul campo rispecchia pienamente il vissuto di Lilly, non solo professionale. Al centro del suo mondo c'è sempre il bambino inteso nella sua globalità: ragazzo, uomo, adulto.
Un'attività intensa che ha trovato nella Cooperativa Rosa Luxemburg terreno fertile, esaltando il suo ruolo di autentica formatrice. Erano gli anni in cui i progetti - come quello da "0 a 90 anni" - rappresentavano una sorta di bussola pedagogica grazie al costante riferimento alle differenze d'età, ai disagi connessi e all'interazione con la sfera emotiva, comportamentale, affettiva, relazionale e cognitiva. Ma il valore aggiunto è Lilly stessa, la sua sensibilità, le sue sensazioni, la sua nobiltà d'animo, il suo passato significante, il suo cuore grande e infranto. Emozioni trasferite sapientemente ma in maniera del tutto naturale nella sua storia professionale che si trasformano in un’arma letale per chi deve operare concretamente.
Ed ecco, allora, che educare viene inteso come “ex ducere”, ovvero “tirar fuori”. Lilly è sempre capace in ogni momento di tirar fuori il meglio in ognuno di noi. E’ capace di coglierlo in ogni singolo aspetto per poi farlo riconoscere all’altro da sé.
Insomma, fare formazione con Lilly non vuol dire semplicemente acquisire nozioni, ma anche e soprattutto imparare ad ascoltare, mettersi in discussione, entrare nella vita, tua e degli altri. Significa appropriarsi di sé e dare forma all'azione per poter indossare abilmente i panni di educatore, insegnante, assistente, ma pure di qualsivoglia tipo di mestiere, in maniera autentica, consapevole e coinvolgente. Sono questi gli insegnamenti che ha trasmesso a me e a tanti altri.
Le parole diventano grimaldelli per entrare nel mondo, aprendo mille interrogativi sul valore intrinseco delle cose e della vita. Un mondo dove nulla è scontato. Dove tutto si rinnova. Ma al centro resta sempre l’uomo. Con il proprio vissuto e le proprie identità. Senza infingimenti. Senza ipocrisie. Con il cuore e con la testa.

L'evento – al quale hanno preso parte oltre all'autrice anche il giornalista Antonio Greco e Andrea Mori, Direttore culturale della Cooperativa sociale Progetto Città di Bari - è stato realizzato in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Lecce.

Ergane, immagine benessere
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